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Internet e comunicazione

Quel suono era Internet: perché il modem faceva rumore prima di collegarsi

Internet, il modem e come la connessione è cambiata negli anni (assieme al suo suono)

«Che fai rumore qui
E non lo so se mi fa bene
Se il tuo rumore mi conviene»

E nel 2020, con queste parole, Diodato vinceva l’edizione di Sanremo passata alla storia per il beef sul palco tra Morgan e Bugo — vincitori morali del Festival (quantomeno per la capacità di entrare nell’immaginario degli italiani).

Un ventennio prima, avevamo la certezza che quel rumore – quel dannatissimo rumore di cui ci apprestiamo a scrivere – no, non ci conveniva poi tanto, ma quanto era bello e quanto ci apriva le porte di un mondo pieno di possibilità.

Possibilità che ci sono ancora ma che non sfruttiamo, inebetiti come siamo dai flussi social.

È il rumore caratterizzante del modem — che ci portava ad accedere a Internet — luogo, come dicevamo nel capitolo precedente, separato da noi.

Non conveniva, quel rumore, perché poi ci portava ad accedere a Internet senza tariffe flat. Le offerte senza canone sarebbero arrivate alla fine degli anni Novanta, mentre le connessioni realmente sempre disponibili si sarebbero affermate con l’ADSL, quando il rumore in questione sarebbe venuto meno. Fino ad allora, ogni minuto trascorso nel mondo altro di Internet si presentava puntuale nella bolletta telefonica.

Prima ancora di cominciare a spendere in telefonate, però, avevamo dovuto scegliere e pagare un provider.

Nel nostro caso era Italia On Line, IOL, uno dei nomi che hanno accompagnato la prima diffusione domestica della rete nel Bel Paese. Con l’abbonamento avevamo ottenuto anche quella che fu probabilmente la mia prima casella di posta elettronica, mia e  della famiglia: fdrr@iol.it.

Quelle quattro lettere non erano state scelte casualmente: erano le iniziali dei componenti della mia famiglia. Anche l’e-mail, allora, poteva essere una cosa collettiva, anche perché la posta elettronica aggratis era una rarità o poco più.

Quanto costava collegarsi a Internet?

Nella prima fase non bastava possedere un computer e un modem. Serviva un abbonamento a un Internet Service Provider, cioè un’azienda che ci permettesse materialmente di accedere alla rete. Il costo del provider si aggiungeva a quello della telefonata necessaria per raggiungerlo.

Periodo Come funzionava Cosa si pagava
Prima fase del dial-up Si sottoscriveva un abbonamento con provider come Italia On Line, Video On Line o Telecom OnLine. Canone del provider più traffico telefonico. Nel 1997 alcune offerte senza limiti di tempo arrivavano a circa 400.000 lire più IVA all’anno.
1999 Tiscali lanciò FreeNet, eliminando il costo dell’abbonamento al provider. Rimaneva la telefonata urbana. Al lancio si parlava di circa 35 lire al minuto: un’ora al giorno poteva significare approssimativamente 63.000 lire al mese.
Dal 1999 in poi Numerosi concorrenti seguirono Tiscali e distribuirono software, configurazioni e credenziali attraverso CD-ROM gratuiti. Nessun canone per il provider, ma il tempo trascorso online continuava a essere conteggiato nella bolletta telefonica.

La gratuità riguardava quindi l’abbonamento, non la connessione telefonica. Questi servizi non vivevano di beneficenza: potevano ricevere una parte dei ricavi generati dal traffico e utilizzare l’accesso per portare milioni di persone sui propri portali, dove offrivano posta elettronica, notizie, ricerca, pubblicità e altri servizi.

Ma la svolta rimane enorme. Nel marzo del 1999 Tiscali, fondata a Cagliari appena un anno prima, lanciò il primo servizio italiano di accesso a Internet senza abbonamento. Partì dalla Sardegna e dalle aree di Roma e Milano, per poi estendersi al resto del Paese. Fino a quel momento Tiscali stessa aveva offerto un servizio a pagamento: con FreeNet cambiò il modello e costrinse progressivamente gli altri operatori ad adeguarsi.

Fu una delle prime autentiche rivoluzioni dell’Internet italiana. Non rendeva ancora economico rimanere collegati per ore, ma abbatteva la barriera iniziale del provider e permetteva a molte più famiglie di provare a entrare in rete.

Da lì cominciarono a moltiplicarsi i CD-ROM allegati alle riviste, regalati nei negozi o spediti direttamente a casa. Bastava installare il programma, seguire una procedura non sempre semplicissima e affidarsi al modem. Fra i nomi che ricordo meglio c’è Jumpy, con la sua rana verde: arrivò poco dopo, quando i provider gratuiti erano diventati una corsa alla conquista dei nuovi navigatori.

I prezzi variarono nel tempo secondo il provider, la tariffa telefonica, l’area geografica e la fascia oraria. Gli importi servono a restituire un ordine di grandezza, non a ricostruire ogni possibile offerta disponibile.

Ma perché il modem faceva esattamente quel rumore lì, che oggi peraltro ci crea grande nostalgia?

La spiegazione tecnica (ma non troppo) del suono del modem

Per capirlo bisogna partire dal nome dell’oggetto. Modem è la contrazione di modulatore-demodulatore: il computer lavorava con informazioni digitali, mentre la normale linea telefonica era stata costruita per trasportare la voce. Il modem doveva quindi trasformare i dati del computer in segnali capaci di viaggiare attraverso quella linea e, dall’altra parte, riconvertirli nuovamente in dati.

In termini molto semplici: trasformava i nostri bit in suoni.

Quando cliccavamo su “Connetti”, il modem prendeva il controllo della linea esattamente come avremmo fatto noi sollevando la cornetta. Verificava la presenza del segnale telefonico e componeva il numero del provider. La prima parte della sequenza era quindi banalmente una telefonata.

Dall’altra parte, però, non rispondeva una persona. Rispondeva un altro modem.

Il primo tono lungo serviva a segnalare la sua presenza: qualcosa del tipo “sono un modem e sono pronto a comunicare”. A quel punto cominciava quello che in inglese viene chiamato handshake, letteralmente una stretta di mano.

I due apparecchi dovevano riconoscersi e capire come parlarsi. Si comunicavano gli standard supportati, provavano diversi segnali e analizzavano la qualità della linea. Dovevano stabilire quale velocità fosse realmente sostenibile, verificare la presenza di disturbi, adattarsi a eco e deformazioni del segnale e accordarsi sui sistemi per correggere gli errori e comprimere i dati.

Quei fischi acuti, i crepitii e le improvvise variazioni non erano quindi casuali. Erano test e informazioni. Il modem inviava un segnale, quello del provider rispondeva; uno proponeva una modalità di comunicazione, l’altro confermava oppure chiedeva di scendere a condizioni meno ambiziose.

Non sempre, infatti, un modem venduto come 56K riusciva davvero a collegarsi a 56 kbit al secondo. Se la linea era rumorosa o di qualità non eccelsa, i due apparecchi sceglievano una velocità inferiore ma, almeno in teoria, più stabile.

Il suono ci permetteva anche di capire se qualcosa stesse andando storto. Potevamo riconoscere una linea occupata, una mancata risposta o un tentativo di connessione arenatosi a metà. L’altoparlante del modem aveva quindi anche una funzione diagnostica: consentiva all’essere umano seduto davanti al computer di ascoltare ciò che stava accadendo.

Una volta conclusa la negoziazione e stabilita la connessione, il modem non smetteva affatto di scambiare segnali. Smettevamo semplicemente di sentirli: l’altoparlante veniva disattivato e la comunicazione proseguiva silenziosamente attraverso la linea telefonica.

Subito dopo arrivavano l’autenticazione presso il provider e la configurazione della connessione. Se tutto andava bene, Windows mostrava l’icona dei due piccoli computer connessi tra di loro, intenti a scambiarsi pacchetti, e potevamo finalmente aprire il browser.

Eravamo su Internet.

Connettersi a sgamo era praticamente impossibile

E dato questo rumore, caratteristico e fortissimo, era pressoché impensabile connettersi a sgamo: forse l’avrò provato a fare, qualche volta, e per evitare che il suono pervadesse tutta casa avrò usato qualche oggetto come silenziatore — una coperta, un cuscino. Come volessi soffocare una persona, come nei peggiori omicidi da film, mettevo tutta la mia forza per far tacere quell’oggetto che era la porta dei miei sogni di quei tempi.

Avrei scoperto soltanto dopo che il modem poteva essere silenziato attraverso le impostazioni o con un semplice comando. Evidentemente era troppo difficile per me ai tempi: molto meglio provare a soffocarlo sotto un cuscino.

Altra immensa differenza con il pervasivo Internet attuale è che c’era il fatto che si era connessi su un filo di rasoio.

Perché era un attimo che la connessione cascasse, nel caso in cui qualcuno si trovasse ad alzare il telefono, e fu una benedizione la scoperta dei download manager, che non ti costringevano a ripartire da zero per download che duravano ore se non giorni (per file oggi microscopici).

Programmi come GetRight, Go!Zilla e, poco dopo, Download Accelerator Plus permettevano di interrompere e riprendere uno scaricamento — almeno quando il server lo consentiva — senza gettare via tutto il tempo già trascorso. Non era una funzione secondaria: poteva fare la differenza tra riuscire a ottenere un file e arrendersi dopo l’ennesima disconnessione al 97%.

Durante la connessione la linea telefonica era occupata. Chi provava a chiamare trovava occupato; chi viveva con noi non poteva telefonare. Se qualcuno sollevava una cornetta collegata alla stessa linea, introduceva rumori e alterazioni capaci di rallentare o interrompere del tutto il collegamento.

Internet non era soltanto lento: entrava materialmente nella vita della casa. Occupava il telefono, produceva rumore, faceva crescere la bolletta e obbligava la famiglia a negoziare quando e per quanto tempo fosse possibile collegarsi.

Il rumore che separava il prima dal dopo

Quel suono aveva però anche una funzione simbolica che nessun progettista aveva probabilmente previsto.

Segnalava un passaggio.

Prima eri davanti a un computer contenente i programmi, i giochi e i file salvati sul disco. Dopo eri collegato a qualcosa di enormemente più grande: altri computer, altri siti, altre persone, altre città e altri Paesi.

La connessione aveva un inizio chiaramente percepibile e avrebbe avuto una fine altrettanto precisa. Terminato ciò che dovevamo fare, cliccavamo su “Disconnetti”, liberavamo la linea telefonica e tornavamo al mondo di qua.

Oggi Internet non annuncia più il proprio arrivo. Non sibila, non crepita e non rischia di svegliare nostro padre. È già presente quando prendiamo in mano il telefono e continua a esserlo quando lo rimettiamo in tasca. Non occupa più la linea di casa e il suo costo non aumenta necessariamente minuto dopo minuto sulla bolletta.

In compenso, il tassametro è diventato invisibile, più subdolo.

Non paghiamo ogni minuto in lire, ma continuiamo a pagarlo con il tempo (troppo spesso sprecato, nemmeno potessimo rovesciare la clessidra), con i dati personali (che spreaddiamo qua e là) e con un’attenzione frammentata fra notifiche, feed e contenuti scelti per trattenerci – anche se magari non ci intrattengono poi tanto.

Il vecchio modem era lento, costoso e tremendamente rumoroso. Ma almeno aveva l’onestà di avvertirci che stavamo entrando su Internet.

Chissà quanto tempo trascorreremmo sui social se, ogni volta che aprissimo un’app, il telefono cominciasse a urlarci addosso come un 56K nel cuore della notte.

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