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Internet e comunicazione

Quando Internet era un posto in cui andare, dove si andava? Arianna, i portali e il web prima di Google

E quindi sì, alla fine riuscivamo a connetterci.

Se la sinfonia che pareva venire da un pianeta alieno emessa dal modem terminava come avrebbe dovuto, eravamo connessi alla rete.

La rete – termine mutuato dall’inglese: da web, la tela del ragno; da net, la rete dei cacciatori e dei pescatori. Un termine capace di rendere l’idea di una struttura in cui i nodi sono fra di loro interconnessi e in effetti lo sono ancora, sebbene i più tendano a rimanere sulle stesse piattaforme delle grandi realtà che da quelle piattaforme in effetti non vogliono farti uscire mai (perché sennò perdono te: perdono la tua attenzione, perdono potere, perdono soldi in potenza).

Un tempo, invece, anche le grandi realtà facevano da trampolino per tuffarsi in questa rete, dove però non finivi per impigliarti (ecco, sì, oggi rete ha senso perché in fondo tra un reel e un post di cui potresti fare tranquillamente a meno ci rimani impigliato) ma finivi per nuotarci – per surfarci.

Gli anni d’oro delle pagine iniziali

Riportiamoci indietro nel tempo, prima del Web 2.0, prima degli user generated content (che poi a ben pensarci s’è trattata più d’un’etichetta che della realtà delle cose – anche nel Web 1.0 c’erano contenuti generati dagli utenti, come i tanti siti ingenuotti fatti dagli avanguardisti dell’HTML).

Accendevi il modem, lanciavi la connessione, sentivi la melodia aliena, eri connesso. E poi?

Prima scaricavi la posta, perché ai tempi si scaricava, con ogni probabilità da Outlook Express: i messaggi delle mailing list, di cui parleremo, e magari anche quelli dei newsgroup. Poi andavi a tuffarti nell’Internet, ché la posta avrebbe potuto aspettare (non avrebbe avuto senso pagare la connessione per leggere roba che avresti potuto tranquillamente leggere offline).

Ma il tuffo non era a caso, quasi mai.

Aprivi Internet Explorer (soprattutto a cavallo del millennio, quando gli altri browser erano diventati minoranza davvero: io personalmente da ragazzino ho utilizzato in alternativa solo Netscape, che aveva il logo fighissimo che era poi niente più che una sorta di gif) e ti ritrovavi su una pagina iniziale.

La tua pagina iniziale, non come oggi che tutti hanno Google e al limite qualche linkino sotto.

(Ai tempi tutti i siti avevano l’ardire di provare a diventare la tua pagina iniziale: quanti richiami in home page – clicca qui per rendere QUESTO SITO PAZZESCO la pagina iniziale del tuo browser).

Ma i più iniziavano da IOL, Virgilio, Yahoo!, Tiscali – che avevano un motore di ricerca ma erano più un aggregatore di roba, e in alcuni casi lo sono ancora (seppur con un traffico risibile): directory, notizie, servizi. Collaborazione, non necessità di trattenerti su un ecosistema (sì, certo, le notizie e i servizi erano spesso se non sempre servizi offerti dal provider o chi per lui – ma era comunque tecnicamente impensabile che non fosse il provider a offrirti servizi come gli SMS gratuiti, che per i tempi erano una cazzo di rivoluzione).

Le pagine iniziali e i motori di ricerca

Directory, notizie, servizi.

E motori di ricerca: andiamo a vedere la prima pagina di IOL di inizio millennio. A campeggiare in alto, un primo motore di ricerca – Arianna, orgoglio italiano.

Il nome si rifà alla leggenda del filo d’Arianna. Secondo il mito, Arianna, figlia di Minosse, consegnò a Teseo un gomitolo: l’eroe lo srotolò entrando nel labirinto, uccise il Minotauro e riuscì a ritrovare la via d’uscita seguendo il filo a ritroso. Per un motore di ricerca nato quando il web sembrava davvero un labirinto, era difficile trovare un nome più azzeccato.

Arianna nacque nel 1996 come servizio di indicizzazione di Italia On Line, sviluppato con la collaborazione dell’Università di Pisa e del laboratorio pisano di Olivetti Telemedia. E funzionava, semplificando, come funzionano ancora oggi i motori di ricerca: alcuni programmi automatici – i robot, o crawler – visitavano le pagine, seguivano i collegamenti e raccoglievano i documenti. Una seconda fase selezionava il materiale e costruiva un indice delle parole contenute nelle pagine.

Quando scrivevi qualcosa nella casella di ricerca, quindi, Arianna non si metteva a esplorare tutto Internet in quell’esatto momento: consultava l’indice che aveva già preparato. La parte particolarmente interessante è che il sistema era pensato per il web italiano: disponeva di un lessico italiano, eliminava le parole poco significative e riconosceva le radici dei termini per migliorare i risultati. Alla fine degli anni Novanta, inoltre, i suoi robot tornavano periodicamente in giro per aggiornare l’archivio. In pratica provavano continuamente a stendere un filo dentro un labirinto che, nel frattempo, continuava a cambiare forma.

E così se volevi cercare qualcosa seguivi il filo d’Arianna, ma ai tempi il web non era pensato come un luogo in cui cercare, ma come un luogo in cui trovare.

Trovavi tramite gli argomenti, ma trovavi anche tramite riviste e guide.

Come quella lanciata da SuperEva (altro portale che ebbe il suo boom all’inizio del millennio e che oggi è proprietà proprio di IOL – sebbene sia aggiornato con ben poca frequenza, diventando praticamente solo un ennesimo sito di informazione online): La Superguida di Internet, pubblicata da Apogeo nel 2001, metteva insieme 400 guide e 8000 siti web.

Una guida di carta per orientarsi dentro Internet. Quello era il web dei tempi.

E poi c’erano i bookmark – i segnalibri – che avevano maggiore valore di quello che possono avere oggi (se ci pensate i siti web non chiedono più di essere inseriti tra i segnalibri) ma che comunque anche all’epoca, in fondo, si riducevano a essere un contenitore di siti su cui, in fondo, non si sarebbe tornati mai.

Poi c’era il passaparola – specialmente per i siti osé – in tempi in cui quello che era a luci rosse o giù di lì era per lo più a pagamento (e di difficile se non impossibile fruizione – con le foto che, ai tempi del 56k, si caricavano una fascia alla volta, in una sorta di peep show digitale).

E c’era tutta un’altra estetica – sfondi improbabili, script clamorosamente naif per fare tremare la pagina, gif animate pazzissime con un gusto che oggi lo trovi solo sul dark web, guest book da firmare (che oggi sono stati persi per sempre – a meno che la Wayback Machine non ne trovi traccia) e scritte Under construction sparse qua e là, laddove poi non sarebbe stato costruito niente.

E sì, si navigava davvero. Non si restava immobili dentro una singola piattaforma.

C’erano sicuramente meno contenuti, ma c’era un’incredibile curiosità – navigar c’era dolce in quel mare – e c’era anche la consapevolezza che non eravamo gli unici, eravamo più o meno pionieri, ma eravamo in compagnia.

E quegli altri li avremmo trovati nelle mailing list, nei newsgroup, nei forum e nelle chat – quando era adrenalinico leggere qualcuno scrivere sul nostro schermo, non come oggi che lo diamo per assodato e a farlo è addirittura la nonna.

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