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Internet e comunicazione

Internet era un’avventura, non un feed: quando navigare significava andare altrove

Correva l’anno 1997. Avevo 10 anni.

Di Internet si parlava poco o niente, o almeno così ricordo. Qualche trafiletto sui giornali, qualche servizio avanguardistico in TV. D’altra parte il mondo cyber, almeno per come arrivava a me, sembrava quasi esclusivamente appannaggio dei compagni dei centri sociali, quando i centri sociali erano qualcosa.

Ma anche l’uomo della strada iniziava ad avvicinarsi a questo mondo. E così qualcuno, nella cerchia di parenti e amici, cominciava a parlare di questo mondo altro, alternativo a quello reale: un mondo fatto di siti e di persone che facevano siti o che, più semplicemente, scrivevano le loro cose.

Hanno tanta voglia di scrivere, le persone, già prima dei social network. E generano contenuti, già prima del Web 2.0, sebbene nessuno li chiami ancora contenuti e nessuno abbia bisogno di sentirsi un creator. Si scrive perché si ha qualcosa da raccontare, perché si conosce tutto di una band, di un videogioco o di una squadra di calcio; magari soltanto perché si ha finalmente a disposizione uno spazio proprio, potenzialmente raggiungibile da chiunque (sebbene ai tempi siamo più vicini al nessuno che al chiunque).

Ma forse stiamo andando troppo velocemente.

Torniamo al me di 10 anni.

La prima volta su Internet

Vengo invitato da amici di famiglia a vedere in prima persona cos’è l’Internet.

Ricordo la magia del vedere il computer — una scatola tendenzialmente vuota, non fosse per i software che bisogna installare ad hoc (e tendenzialmente non è che se ne installino così tanti, ai tempi) — riempirsi d’un tratto di contenuti, di cose. E non c’è bisogno di nessun floppy disk, di nessun CD-ROM.

Un browser e ti si apre un mondo.

Come Ulisse, ben prima di Nolan, ci si trova a navigare.

Ecco, ai tempi non era così facile farlo. Era un po’ come oggi immaginiamo il dark web: bisognava sapere dove andare, ché altrimenti anche lì ci si trovava dinnanzi al niente. Non come oggi, con i flussi costanti dei social, con le ricompense dopaminiche e con l’invasione cognitiva.

I motori di ricerca esistono già, ma non sono come quelli di oggi. Ci sono Yahoo, AltaVista e, in Italia, Arianna e Virgilio; spesso, però, si parte da una directory, da un indirizzo letto su una rivista o da un sito che qualcuno ci ha consigliato. Si digita direttamente l’indirizzo desiderato e, una volta arrivati, si clicca su qualche collegamento senza sapere esattamente dove ci condurrà.

Bisogna conoscere almeno il punto dal quale cominciare. Il resto è esplorazione.

Ai tempi ricordo soltanto di avere navigato verso il sito dell’Inter, scaricando la pagina di Ronaldo con la firma del brasiliano: un’immagine in JPG che oggi peserebbe niente, ma che ai tempi era pesantissima. Dovrei averla ancora da qualche parte, stampata; una reliquia analogica con un contenuto da Wayback Machine.

Quella pagina (quella digitale) era per me il fottutissimo futuro: era l’Internet che prometteva di connetterci con l’altro, con l’altrove; era Ronaldo che era il più forte giocatore del mondo ed era mio — su carta e nella Benamata.

Mi innamorai di Internet.

Italia On Line, il 33.6K e il 56K

E così, dopo qualche tempo — roba di mesi — installammo Internet a casa.

Italia On Line.

Il 33.6K prima, il 56K poi.

33.6K e 56K: quanto erano veloci davvero?

Il numero indicava la quantità massima di dati che il modem poteva trasmettere in un secondo, espressa in kilobit e non in kilobyte. Per ottenere approssimativamente i kilobyte scaricabili ogni secondo bisogna quindi dividere quel numero per otto.

Modem Velocità teorica Download teorico Tempo per scaricare 1 MB
14.4K 14,4 kbit/s 1,8 KB/s Circa 10 minuti
28.8K 28,8 kbit/s 3,6 KB/s Circa 5 minuti
33.6K 33,6 kbit/s 4,2 KB/s Circa 4 minuti
56K 56 kbit/s 7 KB/s Circa 2 minuti e mezzo

Questi erano valori teorici. Nella realtà la qualità della linea telefonica, il traffico e il server dal quale si scaricava potevano rallentare ulteriormente la connessione. Una normale fotografia da 5 MB — dimensione oggi tutt’altro che straordinaria — avrebbe potuto richiedere oltre un quarto d’ora. Sempre che nessuno alzasse la cornetta nel frattempo.

Le bollette che facevano incazzare mio padre (che nemmeno avesse una figlia adolescente che stava al telefono con le amiche per ore, ché un tempo le telefonate si pagavano), le foto osé — perché l’hard era impensabile, figurarsi i video — caricate pixel dopo pixel, che nemmeno i cabinati sordidi nei quali rivelare pezzo dopo pezzo signorine in digitale; le connessioni cadute soltanto perché qualcuno aveva alzato la cornetta del telefono.

Perché Internet era così: era altro. Era altrove.

Quando eravamo noi a entrare nella rete

Non era sul telefonino, dove al massimo facevamo gli squilli ché anche gli SMS costavano cari, se non c’era qualche offerta stagionale. Non era sempre presente dentro un’applicazione pronta a tentarci (e poi cosa ci tenta, ormai, se non la ricompensa dopaminica del social?).

Dovevi andare su Internet.

Dovevi accendere il computer, aspettare che si avviasse, cliccare su “Connetti” e sentire quel suono che, cazzo sì, era il futuro. La rete non era una presenza permanente: era un posto nel quale decidevi di entrare e dal quale, a un certo momento, necessariamente uscivi.

Oggi non diciamo quasi più di essere “collegati a Internet”. Lo siamo sempre. Internet ci segue quando ci svegliamo, quando lavoriamo, quando andiamo in bagno, quando guardiamo la televisione e persino mentre tentiamo di addormentarci. Non si entra e non si esce: tutt’al più si prova a mettere lo smartphone a faccia in giù per qualche minuto.

Anche il verbo navigare è rimasto, ma della navigazione originaria sembra essere sopravvissuto ben poco. Navigare significa scegliere una direzione pur accettando il rischio di essere trasportati dalle correnti. Oggi, invece, apriamo un social e veniamo inseriti dentro un flusso stabilito da altri (dall’algoritmo: ai tempi, niente feed algoritmico). Un contenuto dopo l’altro, potenzialmente all’infinito. Siamo alla deriva, non stiamo navigando.

Prima cercavamo noi qualcosa nella rete; oggi è la rete a cercare continuamente qualcosa dentro di noi: un interesse, una paura, un desiderio, un motivo per indignarci o semplicemente il contenuto capace di trattenerci qualche secondo in più.

La vecchia Internet non era un paradiso

Non significa che la vecchia Internet fosse un luogo puro, popolato soltanto da esploratori generosi e programmatori idealisti. C’erano già le truffe, i virus, la pornografia, gli insulti e le guerre combattute per giorni dentro forum (o ancor prima sui newsgroup) dedicati agli argomenti più improbabili. C’erano già l’odio, l’esibizionismo e la voglia di avere ragione davanti a perfetti sconosciuti.

Eravamo esseri umani anche nel 1997, ma molto più anonimi e molto meno profilati di oggi.

Perché la grande differenza è che il Capitale non aveva ancora colonizzato Internet come avrebbe fatto negli anni successivi e la nostra esperienza della rete non era stata trasformata in toto in un sistema industriale.

La rabbia esisteva, ma non veniva selezionata, amplificata e distribuita automaticamente perché capace di generare interazioni. La nostra attenzione non era ancora la materia prima sulla quale alcune delle aziende più potenti del mondo avrebbero costruito il proprio impero.

Il Web non era innocente. Era semplicemente meno colonizzato.

Non tutto ciò che abbiamo perso era migliore e non tutto ciò che abbiamo conquistato è peggiore. Oggi possiamo parlare gratuitamente con una persona dall’altra parte del mondo, trovare in pochi secondi informazioni che un tempo avrebbero richiesto ore e accedere a una quantità di conoscenza che, nel 1997, sarebbe sembrata fantascienza.

Ma in cambio abbiamo permesso a Internet di smettere di essere un luogo nel quale andare. È diventato l’ambiente nel quale trascorriamo una parte crescente delle nostre vite, spesso senza avere scelto davvero cosa guardare e perché. E anche se c’è tutta la conoscenza del mondo, di quella conoscenza oggi ce ne fottiamo.

Nel 1997 io avevo dieci anni e una pagina dell’Inter con la firma di Ronaldo. Non serviva molto altro per intuire che quello fosse il futuro.

Prima, però, bisognava riuscire a collegarsi.

Suoni metallici, elettronici.

Quel rumore che sembrava provenire da una macchina aliena e che invece raccontava, passaggio dopo passaggio, la conversazione tra il nostro modem e quello del provider.

Ma questa è un’altra storia.

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